Sostenibilità: l’Lca nel mondo della moda

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Il cammino della moda verso la sostenibilità è ancora agli inizi. L’Lca (Life Cycle Assessment) è una metodologia nata negli anni Sessanta, utilizzata a livello globale per valutare gli impatti ambientali del ciclo di vita di un prodotto, dall’inizio alla fine.

Si tratta dunque di un valido strumento a cui i brand sostenibili – o le aziende che vogliono puntare sulla moda sostenibile – possono ricorrere.

Lo scopo è progettare o riprogettare ex novo le soluzioni e i processi in modo compatibile con un approccio eco-friendly ambientale reale. Una sfida richiesta a gran voce dai consumatori.

Per un brand è ormai d’obbligo conoscere la valutazione del ciclo di vita (Lca o Life Cycle Assessment). Comprenderne i principi, infatti, è fondamentale per capire come le decisioni produttive di un’azienda influenzano l’impronta ambientale di ciò che viene realizzato: in altre parole, come ciò provoca danni all’ambiente.

Si tratta di un’informazione importante, in un momento in cui la sostenibilità è un fattore fondamentale per rendere più “attraenti” i propri prodotti. L’e-commerce manager, che monitora tutto il processo di sales e supporta la comunicazione digitale, sa quanto questo aspetto sia diventato cruciale nel presentare la propria offerta ai clienti. I risultati dell’analisi, se positivi, e i miglioramenti possono trovare ampio spazio nella propria piattaforma di commercio elettronico.

Che cos’è il ciclo di vita del prodotto

Il “ciclo di vita” di un prodotto si riferisce a tutti i passaggi che lo stesso percorre: dalla materia prima fino al lancio sul mercato dell’articolo finito, per terminare con il suo ritiro dalla vendita.

Nell’abbigliamento ciò include la crescita e la lavorazione della fibra, la produzione del filato e del tessuto, la tintura e il finissaggio, la realizzazione del prodotto finale, il packaging, il trasporto e la distribuzione, la manutenzione, lo smaltimento o il riciclaggio.

Tutte le fasi del ciclo di vita hanno un impatto sul pianeta e possono portare a problemi ambientali complessi come il degrado dell’acqua, il cambiamento climatico e l’esaurimento delle risorse. L’Lca analizza nel dettaglio il potenziale di spreco, l’utilizzo di energia e gli effetti indesiderati di ogni step.

Le Lca sono un ottimo strumento che però pochissimi brand possono permettersi di sfruttare. L’obiettivo è quello di ricordare tutte le fasi del ciclo di vita e cercare di creare delle soluzioni così che la somma totale di tutti i danni sia la più bassa possibile.

I risultati di una Life Cycle Assessment possono quindi essere utilizzati per confrontare e valutare i diversi progetti identificando i punti critici e trovando i modi per ridurre al minimo l’impatto ambientale del prodotto.

La progettazione e lo sviluppo nella catena del valore della moda segna l’inizio del ciclo di vita di un capo e le decisioni prese in questi step sono cruciali per la sostenibilità complessiva del prodotto futuro.

Prestando molta attenzione all’impatto durante tutte le fasi, è possibile apportare grandi miglioramenti per la sostenibilità, ad esempio nella scelta dei materiali, delle lavorazioni, del packaging e dei canali di distribuzione, valutando anche la durata del capo e le opzioni per il riciclaggio.

Dove nasce la criticità nell’implementazione dell’Lca

L’esecuzione anche di una piccola Lca è una procedura piuttosto complicata. Questa metodologia mira a un alto grado di accuratezza. La raccolta dei dati necessari e la verifica dei risultati costa tempo, competenze e denaro.

Si richiede un’analisi in cui l’energia, il consumo di materie prime e i diversi tipi di emissioni (ad esempio acqua, aria e rumore) vengono misurati, esaminati e calcolati durante l’intero ciclo di vita da un punto di vista ambientale.

Le procedure fanno parte degli standard internazionali di gestione ambientale ISO 14000. Ci sono varie insidie ​​per quanto riguarda gli standard per il settore tessile, a causa della mancanza di una qualità dei dati completamente affidabile e dei confini del sistema.

Quindi, l’analisi diventa complicata e molto tecnica.

Cosa serve per fare una Lca

L’esecuzione di una Lca implica una serie di principi e fasi generali:

  1. Obiettivo e ambito: definizione dell’applicazione prevista (obiettivo) e dettaglio dello studio (ambito). Inclusa in questa fase è la definizione dei confini del sistema;
  2. Analisi dell’inventario: modellazione del sistema e raccolta di dati appropriati. Questo mira a determinare i flussi di materia ed energia tra il sistema tecnico del prodotto e l’ambiente;
  3. I flussi in ingresso potrebbero essere risorse come materie prime, energia o terra; i flussi in uscita potrebbero essere emissioni nell’aria, nell’acqua o nel suolo;
  4. Valutazione dell’impatto: utilizzo di modelli e dati per valutare i potenziali impatti ambientali nelle categorie scelte (ad es. CO2e (equivalente), energia ed ecotossicità, ecc.);
  5. Interpretazione: analisi dei principali contributi e valutazione delle sensibilità. Si traggono conclusioni e si danno raccomandazioni.

Gli output più importanti di una Lca sono solitamente i valori generati durante la fase di valutazione dell’impatto.

I fattori più comunemente riportati sono l’impronta di carbonio in CO2e (come misura del potenziale di riscaldamento globale) o l’energia primaria.

La sostenibilità nella moda

L’industria della moda è un business multinazionale, che ha seguito il corso della globalizzazione. Si è passati dai piccoli marchi specializzati che presentavano da due a quattro collezioni ogni anno ai grandi rivenditori, che propongono nuovi prodotti quasi ogni settimana.

Questo ha sancito il passaggio dalla moda lenta a quella veloce e dal mercato locale a quello globale, con le relative conseguenze.

Mentre i volumi di produzione aumentano per venire incontro alla domanda, i prezzi dovrebbero rimanere bassi. Quindi, per soddisfare questi parametri, la maggior parte della produzione di abbigliamento è stata esternalizzata nei Paesi in via di sviluppo.

Ciò significa che gli effetti su ambiente e società si manifestano dall’altra parte del mondo. La mancanza di trasparenza rende molto difficile vedere i problemi esatti che emergono e questo ha portato i consumatori a diventare sempre più distaccati dal contesto in cui sono stati realizzati i loro capi.

Ma l’impatto sicuramente c’è. 

Le fibre sintetiche sono a base di poliestere, che è fabbricato dal petrolio. Questo processo rilascia una serie di emissioni pericolose: dall’anidride carbonica, che contribuisce al riscaldamento globale, all’acido cloridrico, rischioso per la salute umana (Luz, 2007).

Le fibre naturali possono sembrare migliori in quanto sono biodegradabili. Ma la coltivazione del cotone, ad esempio, richiede quasi 65 volte di acqua in più rispetto alla produzione di poliestere per la stessa quantità di fibra (Fletcher, 2014) e rappresenta l’11% dell’utilizzo globale di insetticidi, erbicidi e fungicidi (Eberle et al., 2008).

Entrambe le fibre vengono poi pesantemente lavorate prima di diventare i vestiti che acquistiamo nei negozi o tramite le piattaforma di e-commerce.

Infine, non va dimenticato il trasporto e il packaging, da quello utilizzato nella distribuzione a livello B2B a quello che arriva al cliente finale.

Sostenibilità nella moda può risultare perciò una parola controversa, che può rappresentare quasi un ossimoro, nonostante sia uno dei settori industriali in cui è importante ragionare su questo tema in tutte le fasi del ciclo di vita del prodotto.

Nella moda la sostenibilità si esprime, da un lato, nel rispetto dell’ambiente e nella preservazione delle sue risorse, dall’altro nell’attenzione alla dimensione sociale ed economica nel momento in cui si parla di lavoro umano che produce quel valore di cui ci circondiamo.

Moda sostenibile: qualcosa sta cambiando

Sebbene dunque la moda sia descritta come un mondo luccicante e spensierato, si tratta in realtà di un settore responsabile, come tanti altri comparti, di alcune pesanti conseguenze che si abbattono sulla Terra.

Nonostante ciò, in questi ultimi anni l’industria italiana dell’abbigliamento ha fatto passi in avanti e il frastagliato settore della ricerca e dello sviluppo dei materiali tessili ha realizzato innovazioni molto interessanti.

I principali produttori di fibre e filati sintetici, ad esempio, hanno creato linee di prodotti ottenuti dal riciclo del Pet. Sono aumentati i materiali sintetici bio-based, ovvero generati da materiali rinnovabili, e assistiamo alla intensificazione della sperimentazione di biopolimeri ottenuti da scarti di filiera agroalimentare, come nel caso di Orange Fiber, nato dai residui delle arance di Sicilia, o dell’Apple skin, il biopolimero realizzato da Frumat con scarti di mele dell’Alto Adige (bucce, torsoli) miscelati a poliuretano (50%) e accoppiati a tessuti.

Attenzione anche al packaging: interessante la diffusione degli standard Fsc o Pefc i quali assicurano che i materiali (carta, cartone ecc…) abbiano origine da risorse naturali raccolte in modo responsabile. Si sta prestando attenzione anche alla riciclabilità delle polybag, copriabiti in polietilene trasparenti impiegati per proteggere gli abiti durante il trasporto.

Insomma, tanti aspetti positivi, che sicuramente meritano di essere intercettati e comunicati ai clienti finali, accrescendo il valore dei prodotti venduti all’interno delle proprie piattaforme.

Claudia Caldara
Ho lavorato nel comparto moda come buyer e merchandiser in Italia e all'estero per quasi dieci anni. La mia esperienza in ambito e-commerce mi ha portato a lavorare oggi come Digital project manager. Ho tre passioni lavorative: il digitale, l'intelligenza artificiale ed i numeri. Le nuove tecnologie sono una possibilità per scrivere un futuro di grandi cambiamenti. Sono laureata in economia e ho svolto un master presso il Polimoda a Firenze ed uno presso la London College of Fashion. Il mio mantra è: “Chi perde la testa, perde la partita”.

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